A colloquio con la pediatra del nido comunale sono venuto a conoscenza di una bruttissima malattia moderna, una forma di demenza originatasi negli ultimi anni: la demenza digitale.
La demenza, così come è stata intesa fino ad oggi, è una malattia degli adulti caratterizzata da perdita progressiva delle capacità cognitive che riguardano l’orientamento spaziale, temporale e personale. La demenza digitale indica invece le situazioni nelle quali queste capacità cognitive non vengono sviluppate affatto.
Tutti i bambini nati a partire dagli anni Novanta ne sono a rischio: i nativi digitali, che vengono a contatto fin dall’infanzia con le nuove tecnologie, rischiano di non sviluppare tutti i collegamenti delle cellule nervose del cervello, poiché alcune aree dell’apprendimento vengono attivate solo attraverso le esperienze analogiche come toccare gli oggetti, percepire la loro forma e le loro caratteristiche attraverso le reazioni che suscitano nel corpo, costruire e smontare, usare la matita e colorare su carta, etc.
La tecnologia digitale, che viene sviluppata con l’obiettivo di essere sempre più intuitiva, semplifica quanto più possibile ogni operazione. Se, però, una determinata operazione non la fai mai, l’uso della tecnologia te ne impedisce di fatto l’apprendimento. Anche semplicemente copiare scrivendo a mano comporta un impegno cerebrale più efficace rispetto al copia e incolla. Per non parlare della capacità di fare i calcoli a mente: chi non impara le tabelline da piccolo, da grande non saprà fare nemmeno le operazioni piú semplici senza ricorrere alla calcolatrice dello smartphone.
Il ruolo dei genitori e degli educatori è quello di aiutare le nuove generazioni a utilizzare il buono delle tecnologie piu recenti, assumendosi il ruolo di guida e di controllori della qualità, in sostanza insegnando la “saggezza digitale”. (Marc Prensky)
Questo non vuol dire che la tecnologia va bandita completamente ai bambini, anche perché non sarebbe possibile neanche volendo. È importante invece insegnarne l’utilizzo con buon senso e continuando a lasciare uno spazio maggiore alle forme di sperimentazione e apprendimento che il cervello umano ha usato fino ad oggi: manipolare, usare tutto ciò che è a disposizione, sperimentare.
La gestione di un impianto sportivo pubblico non è orientata al profitto e in molti casi è persino anti economica: questo perché deve essere consentito l’accesso a tariffe stabilite dall’amministrazione (bassi ricavi) e devono essere mantenuti degli standard infrastrutturali e qualitativi minimi (alti costi). D’altro canto, Roma Capitale è proprietaria di grandi impianti sportivi capaci di ottenere altrettanto grandi ritorni economici, grazie ai quali si potrebbero reperire i fondi per sostenere le discipline più “povere”.
Dovete sapere che non è mai stato così e che, attualmente, a causa del mancato aggiornamento dei canoni di concessione per questi grandi impianti, con i quali si potrebbero reperire risorse per finanziare gli altri impianti comunali (per i quali, invece, i canoni agevolati sono da mantenere, in considerazione delle loro funzioni sociali) prechiamo, ogni anno, almeno 10 milioni di euro – fonte: Commissione per la razionalizzazione della spesa. Soldi che, invece di entrare nelle casse del comune, e quindi essere reinvestiti a favore dell’impiantistica sportiva pubblica, entrano nelle casse dei gestori privati. Dai tempi di Rutelli e Veltroni, passando per Alemanno e Marino, non è mai cambiato nulla. Vediamo qualche esempio.
Palazzetto dello sport
Un edificio multifunzione, con 3.500 posti a sedere, dove gioca le proprie partite di campionato la Virtus Roma, squadra professionistica di basket. Prima di trasferirsi al PalaTiziano, la Virtus giocava al Palalottomatica, per il cui affitto pagava 20 mila euro a partita. Attualmente l’impianto è dato in concessione per 500 euro al mese.
Villaggio Olimpico Futbolclub
Il centro sportivo “istituzione del calcio capitolino” di via degli Olimpionici è costituito da campi sportivi e non solo. A novembre del 2014 il concessionario, la SSD Olimpica, ha subaffittato l’area ristorante per 36 mila euro all’anno (i gestori precedenti pagavano 120 mila euro). Il Dipartimento sport ci fa sapere (discipinari e concessioni degli impianti sportivi capitolini) che è ancora in essere il disciplinare del 1999, ovvero che è dato in concessione per 400 euro al mese.
Ippodromo delle Capannelle
L’unico ippodromo in Europa che può ospitare concerti (Bruce Springsteen, Deep Purple, Zucchero, Radiohead), nel 2004 è stato affidato ad un canone di 2,1 milioni di euro l’anno. Il gestore non ha mai pagato ed il comune, invece di revocare l’affidamento, ha deciso di fargli un piccolo sconto, pari al 97%. Attualmente è dato in concessione per 5.500 euro al mese.
Bocciodromo
Roma Capitale è proprietaria del bocciodromo più grande del mondo, con una superficie coperta di 35 mila metri quadrati e posti per 590 spettatori. I lavori sono partiti sotto Veltroni, con l’obiettivo di concludersi entro il 2007 per i campionati mondiali di bocce ma, come da tradizione, non si è fatto in tempo: l’impianto è stato inaugurato nel 2010. Oltre ai campi da gioco, nel centro ci sono un’area bar e ristorante, una foresteria, 15 stanze con 30 posti letto. Attualmente è dato in concessione per 2.500 euro al mese.
Bowling Brunswick
Il complesso di Lungotevere dell’Acqua Acetosa, composto da piste da bowling / discoteca, ristoranti e mini golf, produce un fatturato di oltre 1 milione di euro l’anno ed è attualmente dato in concessione per 7.100 euro al mese.
Stadio Flaminio
Nato per ospitare le partite di calcio del torneo olimpico del 1960, è il secondo stadio più capiente della capitale, il primo tra quelli senza pista di atletica (aveva 40 mila posti a sedere, oggi ridotti a 24 mila). In passato ha ospitato grandi concerti: U2, Duran Duran,Prince, David Bowie, Michael Jackson, Rolling Stones. È inutilizzato dal 2011 e sta letteralmente cadendo a pezzi.

Ormai tutti conoscono lo scandalo di uno stadio chiuso da un mese. E se gli stadi chiusi fossero stati tre, non da un mese ma da quattro?
Forse non tutti sanno che l’attuale Assessore alla Cultura e Sport ha la responsabilità politica di aver messo la Fidal dinnanzi a un bivio: chiudere tutti gli stadi, impedendo ai cittadini di fruire delle strutture comunali, o prendersi la responsabilità di aprirli, rischiando però di commettere un reato.
Eh già perché, ad oggi, la Federazione Nazionale di Atletica Leggera rischia di essere colpevole del reato di invasione di terreni o edifici, di cui all’articolo 633 del Codice Penale.
Art. 633 Codice Penale. Invasione di terreni o edifici.
Chiunque invade arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto, è punito, a querela della persona offesa [c.p. 120; c.p.p. 336], con la reclusione fino a due anni o con la multa da euro 103 a euro 1.032.
Le pene si applicano congiuntamente, e si procede d’ufficio, se il fatto è commesso da più di cinque persone [c.p. 112], di cui una almeno palesemente armata, ovvero da più di dieci persone, anche senza armi [c.p. 585, 649].
È stato invaso arbitrariamente un edificio pubblico? Un ipotetico giudice potrebbe concludere di si, dato che la Fidal, la cui concessione per la gestione degli impianti sportivi di proprietà di Roma Capitale è scaduta nel giugno del 2015, ha proseguito la sua attività presso gli impianti pubblici, continuando a gestirli senza titolo.
Ne è stato tratto profitto? Un ipotetico giudice potrebbe concludere di si, in quanto gli utenti degli impianti pagano alla Fidal (non al comune) una quota di ingresso.
Il 12 ottobre, quindi, la commissione sport in programma non riguarderà solo il “Nando Martellini” ma anche il “Paolo Rosi” e il “Pasquale Giannattasio”. Speriamo che la soluzione pensata in questi giorni, annunciata già da un paio di settimane ma ancora oggi assolutamente riservata (tanto che fretta c’è?), sia davvero realizzabile.
Sono grato alla Federazione, che si fa carico di queste responsabilità per non far ricadere sui cittadini le lacune dell’Assessorato, ma spero che al governo della città possano presto andare persone più competenti, affinché tale goffaggine amministrativa non si ripeta più.
Un manipolo di esaltati ieri ha riportato in vita il basolato della via Cornelia, quella originale.
La Cornelia antica è la strada che collegava Roma con Cerveteri, costruita dall’imperatore Caligola per migliorare l’accesso ai giardini imperiali.
Giunti nel casale di Alfredo, a cui avevo dedicato un altro post due anni fa (Partecipiamo al progetto di Alfredo, per vincere la burocrazia e il “sistema”), abbiamo falciato, decespugliato, dissotterrato e poi ripulito il tratto dell’antica strada romana che si trova all’altezza del ponte che superava il corso del fiume Galeria.
Ecco alcune foto del prima, del durante e del dopo.
Tre ore dopo la pubblicazione del post L’atletica a Roma è abusiva, ieri è stata convocata una commissione sport per analizzare lo stato delle concessioni degli impianti sportivi di atletica leggera. La commissione è pubblica e la sala riunioni è molto ampia, quindi chi è interessato e non ha impegni lavorativi può partecipare: l’appuntamento è per lunedì 12 ottobre, ore 11, in via Capitan Bavastro 94 – sala riunioni al piano terra (link).
Il 6 ottobre, invece, si riunirà la commissione sport per discutere la proposta di nuovo regolamento per gli impianti sportivi di Roma Capitale elaborata dall’ex assessore Paolo Masini (martedì 6 ottobre, ore 11, stesso luogo).
Questo è il testo portato in commissione .
Le nostre principali proposte di modifica saranno le seguenti. Se avete altri suggerimenti scrivete a sport@roma5stelle.org.
Art. 3 – Definizioni
Lo sport (le discipline sportive e i relativi impianti) si deve distinguere in base alle sue funzioni sociali e al conseguente miglioramento del benessere e della qualità della vita dei cittadini, non in base alla redditività. La distinzione tra “impianti a rilevanza economica” e “impianti senza rilevanza economica” va eliminata.
Art. 4 – Classificazione degli impianti sportivi
La classificazione degli impianti e la relativa competenza (comunale o municipale) deve basarsi sui criteri del bacino di utenza e della disciplina sportiva praticata. Come per l’art. 3, la distinzione tra impianti con e senza rilevanza economica va eliminata.
Art. 6 – Affidamenti a Federazioni Sportive Nazionali
Gli affidamenti degli impianti sportivi devono essere effettuati tramite bandi pubblici. Le Federazioni Sportive Nazionali, così come gli Enti di Promozione Sportiva (che sono stati inspiegabilmente dimenticati dalla bozza che stiamo commentando) possono partecipare ai bandi relativi agli impianti di loro interesse e, presumibilmente, vincerli. L’art. 6 va eliminato in toto.
Art. 8 – Modalità e criteri per la concessione d’uso di spazi in impianti sportivi
L’articolo si propone di regolamentare impianti che non siano oggetto di concessioni in corso. Purtroppo questa è la situazione nella quale versano oggi decine di impianti sportivi ma è un’anomalia, dovuta alla mancanza di capacità di programmazione di chi governa la città, che non può certo essere considerata la norma.
Avere impianti con concessioni scaduti è una prospettiva inaccettabile, basta programmare le gare per tempo. Prevedere una simile situazione in un regolamento, come se fosse la normalità, è ridicolo e vergognoso. L’art. 8 va eliminato in toto.
Art. 10 – Canone di concessione a base di gara e criteri di determinazione
Non è possibile stabilire con uno studio parametrico la redditività di un impianto, perché ogni impianto è un caso unico. L’esperienza fallimentare di 20 anni di commissione stime lo dimostra. Pensare che pista di atletica in centro sia uguale a una stessa identica pista in periferia significa non sapere niente di sport. Il regolamento deve prevedere la possibilità di avere un canone negativo, ovvero che il comune versi dei contributi al gestore, quindi il concetto di “base d’asta” non deve essere preso in considerazione. In tal modo, gli impianti più “ricchi” che ospitano eventi a pagamento (ad es. concerti, come nel caso dell’ippodromo delle Capannelle) finanzieranno quelli più “poveri”. Infatti, l’obiettivo del regolamento non deve essere fare profitti, quanto piuttosto aumentare l’offerta sportiva pubblica (evitando, casomai, che i profitti li facciano i privati).
Art. 25 – Osservatorio sull’impiantistica sportiva
Si prevede l’istituzione di un osservatorio composto da Assessorato sport (che non esiste!), Assessorato scuola (che non si occupa di sport!) e Dipartimento sport (che non esiste!).
Molto più semplicemente, ma soprattutto logicamente, si dovrebbe prevedere l’esistenza di un Dipartimento e di un Assessorato che si occupino di sport, senza la creazione di entità fantasiose del tutto inutili e ridondanti. L’art. 25 va eliminato in toto.
Nella città pluricandidata alle Olimpiadi l’atletica leggera è una disciplina praticata abusivamente.
I tre maggiori impianti cittadini della capitale, che fino tre mesi fa erano affidati in concessione alla Fidal, oggi non sono formalmente affidati a nessuno.
Il Paolo Rosi e il Pasquale Giannattasio sono aperti grazie al coraggio della Federazione nazionale di atletica leggera, che non ha riconsegnato le chiavi e si assume quotidianamente il rischio di aprire ai cittadini gli impianti di cui non ha alcun titolo che ne giustifichi la gestione.
Durante l’incontro pubblico di ieri sera, i dirigenti della Fidal regionale ci hanno confermato di essere “abusivi” e che, se riconsegnassero le chiavi, gli impianti resterebbero chiusi per mesi.
La situazione dello stadio delle Terme di Caracalla, il “Nando Martellini”, è ancora peggiore. Lì i cancelli sono chiusi davvero e i ragazzi iscritti ai corsi di atletica di quest’anno non hanno ancora potuto mettere piede sulla pista: chi passa per viale delle Terme di Caracalla vedrà ragazzini di 6 anni costretti a correre in strada. La scorsa settimana, dopo il verificarsi di due incidenti, la reazione del comune, che è stato informato dei fatti dagli atleti stessi, è stata inviare le forze dell’ordine e multare un atleta a caso, perché il codice della strada vieta di correre sul marciapiede.
In pratica, oggi chi vuole praticare l’atletica leggera a Roma è costretto a farlo abusivamente!
Stiamo facendo di tutto per dare aiuto allo staff del nuovo assessore, la Dott.ssa Marinelli, che è stata lasciata in una situazione drammatica da Paolo Masini.
Questa è la lettera che ha raccolto 170 firme di atleti che frequentano Caracalla:
Gentile Assessore Marinelli,
ci rivolgiamo a Lei per ottenere una risposta riguardo la mancata riapertura dello Stadio delle Terme di Caracalla. Come Ella saprà l’impianto è di proprietà del Comune di Roma e concesso in gestione alla Fidal regionale. Ebbene Le significhiamo che, a seguito dei recenti lavori di manutenzione (ormai ultimati da quasi un mese) e nonostante gli annunci di apertura, ad oggi siamo ancora in attesa di poter usufruire del servizio. Sicuramente saprà che nel frattempo quello stesso campo ha ospitato ben due eventi sportivi di grande rilievo.
Le rammentiamo che la città (peraltro candidata ad ospitare le olimpiadi) è praticamente priva di campi di atletica in quanto inagibili, vetusti, destinati ad altro (vedi Stadio dei Marmi ospitante addirittura eventi ippici!!). Tutto ciò rende la “vita atletica” della città veramente difficile, e ora addirittura impossibile.
Il campo delle Terme è senza alcun dubbio il più importante polo sportivo di buona parte della città di Roma. Soprattutto per bambini e ragazzi che seguono le scuole di atletica organizzate al suo interno. E che, ci permetta, tanto fanno e danno per aiutare famiglie e scuole a coprire la grande mancanza di altre necessità di aggregazione per la gioventù.
Attualmente gli utenti e le scuole sono costretti addirittura a svolgere le proprie attività sportive nei giardini di Via delle terme di Caracalla. Ovviamente in una situazione difficile e di reale pericolo per tutti.
La preghiamo quindi di darci una spiegazione in merito e, se vorrà, intervenire con la massima urgenza al fine di porre immediatamente soluzione alla paradossale situazione di un impianto sportivo realizzato ma inspiegabilmente chiuso!Firmato da atleti e società
Questa è la lettera inviata da Daniele Frongia, membro della commissione sport di Roma Capitale:
Gentile Assessore,
Le scrivo per offrire il mio contributo volto ad evitare il paradosso di avere finalmente una nuova pista di atletica e non poter aprire lo stadio.
Come saprà, nel corso degli ultimi due anni la Commissione da me presieduta ha sollecitato più volte i suoi predecessori, Luca Pancalli e Paolo Masini, al fine di giungere ad un affidamento definitivo dello stadio delle Terme di Caracalla, che invece è stato affidato provvisoriamente per un anno e successivamente prorogato per un altro anno.
Oggi il regolamento non consente ulteriori proroghe, quindi il comune ha due possibilità: bandire una gara pubblica, oppure affidare provvisoriamente l’impianto a un ente, una fondazione, un’associazione non affidataria di altri impianti. L’art. 4 del Regolamento, infatti, prevede che in casi del tutto eccezionali la Giunta Comunale possa procedere ad un affidamento diretto per un periodo non superiore a un anno.
I tempi necessari ad una gara pubblica determinerebbero la chiusura dell’impianto per diversi mesi, ritengo quindi che questa sia una “adeguata motivazione” per propendere verso la soluzione dell’affidamento temporaneo.
Il mio suggerimento è di invitare a sedersi allo stesso tavolo tutte le associazioni che si allenano presso l’impianto e trovare insieme una soluzione temporanea, in attesa della tanto agognata gara pubblica. A tal fine, offro la massima disponibilità a collaborare per procedere rapidamente, anche impegnandomi in prima persona a convocare i responsabili delle associazioni sportive e mettendo a disposizione i contatti di chi ha risposto al questionario sui tempi di inizio dei lavori di rifacimento della pista.Daniele Frongia
Per ora, entrambe le lettere sono senza risposta. Rinnoviamo la nostra offerta di aiuto.
Domenica ho partecipato al secondo giorno di “Scateniamo il Paradiso”, un evento nato spontaneamente su impulso di comitati e associazioni che frequentano il parco, dopo la decisione di Marino e dell’assessore Sabella di revocare la concessione ad Andrea Ciabocco.
Dieci anni fa invece del parco c’era un bosco, i cui frequentatori erano un pastore e le sue cento pecore.
Oggi chi abita ad Acilia può scendere di casa e passeggiare su prati verdi incredibilmente puliti, far giocare i bambini su scivoli e altalene funzionanti (capita, in altri parchetti, che siano più quelle rotte di quelle aggiustate) ed i cani in aree attrezzate, correre lungo il sentiero di oltre due chilometri che circonda il parco.
Strutture ed aree che sono state realizzate e vengono mantenute dal concessionario, insieme agli impianti sportivi per il tennis, l’arrampicata, il cross, la danza, il nuoto ed il fitness.
Sembrerebbe tutto perfetto ma c’è un problema: il costo dei primi è maggiore del ricavo dei secondi e, così, il concessionario non è riuscito a pagare tutte le rate del mutuo relativo al finanziamento che ha dovuto chiedere alle banche.
A differenza di altri concessionari di Punti Verde Qualità, Andrea Ciabocco il parco l’ha realizzato così come era previsto e lo mantiene come un vero inglese. Tagliare l’erba e innaffiarla costa, così come potare gli alberi e pulire per terra: ecco perché in molti altri punti il verde non è mai stato realizzato. Furbi loro e scemo Ciabocco!
A differenza di altri concessionari di Punti Verde Qualità, Andrea Ciabocco non ha costruito sale slot, o ristoranti Mc Donalds o super palestre Virgin. La speculazione edilizia rende un sacco di soldi: ecco perché in molti altri punti al posto del verde c’è il cemento. Furbi loro e scemo Ciabocco!
E così, premiando i “furbi” e punendo gli “scemi”, la premiata ditta Marino-Sabella ha preso la decisione di revocare la concessione del Parco della Madonnetta. Chi non paga i propri debiti va punito ma è proprio vero che non ci sono alternative? No, è proprio falso: le alternative ci sono ed è lo stesso Ciabocco a proporle al comune, da anni. Ad esempio, la rinegoziazione del mutuo, che il comune ha consentito ad altri ma a lui no. Furbi loro e scemo Ciabocco!
Se la revoca diventerà operativa, quale sarà il futuro del parco della Madonnetta? Ci sono due possibilità: se le condizioni economico finanziarie legate alla gestione del parco resteranno le stesse, l’area sarà abbandonata e nel giro di qualche mese diventerà il regno di erbacce e rifiuti; se invece le condizioni economico finanziarie cambieranno, l’area sarà affidata a un nuovo concessionario, che costruirà nuove strutture (magari una bella sala bingo) e rinegozierà il debito con le banche.
Nel primo caso, Sindaco e assessore saranno i diretti responsabili dell’aver riportato il degrado in un’area che era stata faticosamente sottratta ad esso. Nel secondo caso Sindaco e assessore saranno responsabili di aver fatto passare più di due anni prima di permettere un piano economico finanziario più equo e, inoltre, di aver colpito chi un piano iniquo lo ha subito per anni, e lo ha denunciato per primo, senza però mai tradire gli impegni presi verso la città, anche al costo di rimetterci economicamente.
Furbi loro e scemo Ciabocco?
Pubblico il racconto di una mamma romana su una vicenda che conosco bene, essendo lei la mamma di mio figlio 🙂
Ieri, sul sito del Comune di Roma (Dipartimento Servizi Educativi e Scolastici, Giovani e Pari Opportunità) è stata pubblicata una news relativa all’arrivo di 348 posti aggiuntivi nei nidi romani, ottenuti attraverso un sistema di convenzioni istituite con cooperative privato-sociali operanti sul territorio romano che offrono servizi nido.
Citando letteralmente, si tratterebbe di “una buona notizia per mamme e papà”. Peccato che se un comune cittadino cerca di informarsi sul servizio nido capitolino attraverso il sito istituzionale non ci riesce, o meglio, ci riesce in modo parziale e fuorviante.
La lettura di questo articoletto, dopo un percorso tutt’altro che agevole prima della conquista di un posto per mio figlio in un nido di Montesacro, mi spinge alla denuncia. Non credo, peraltro, che il mio sia uno sfogo esclusivamente personale, ma piuttosto un’opinione condivisa da tanti altri concittadini nelle mie stesse condizioni.
Come è noto a tutti i neo genitori romani, quest’anno il bando relativo a posti nei nidi pubblici per l’anno educativo 2015-16 è stato pubblicato con enorme ritardo, la cui conseguenza è stata una scadenza estremamente ravvicinata (circa un mese di tempo contro i tre mesi degli anni precedenti). In tale frangente, bisognava procedere al calcolo dell’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) secondo nuove regole e parametri, e poi alla compilazione online della domanda di partecipazione al bando. Attraverso la piattaforma INPS, se in possesso delle credenziali (PIN identificativo per la fruizione di servizi online), si poteva effettuare autonomamente il calcolo dell’ISEE relativo al proprio nucleo familiare. Un calcolo non semplice, ostico anche per una persona avvezza all’uso di servizi online e delle nuove tecnologie, che, peraltro, una volta effettuato, necessitava di un controllo da parte dell’ente, che si riservava di rispondere all’utente entro 10-15 giorni lavorativi. In altri termini, al fine di allegare il proprio ISEE – estremamente più complesso e articolato di una dichiarazione dei redditi – alla domanda del nido, quest’anno bisognava aspettare… e aspettare tanto, nonostante i tempi ristretti per la presentazione della stessa. In linea teorica, i Centri di Assistenza Fiscale presenti sul territorio (CAF) erano a disposizione dei cittadini sia per il calcolo dell’ISEE, sia per la compilazione della domanda online. Peccato, ancora una volta, però, che non solo era complicatissimo prendere la linea con la gran parte dei centri, ma anche che vi fossero liste di attesa interminabili per gli appuntamenti. A me sono state proposte da più centri date ben oltre la scadenza del bando.
Ovviamente, necessità fa virtù. Io e il mio compagno siamo stati ‘fortunati’. Avevamo già in passato fatto richiesta del pin per il portale Inps e del pin per il portale di Roma Capitale, insomma avevamo pin di ogni tipo, previdenti qual siamo! E siamo stati ‘fortunati’ perché al pc ce la caviamo, perché la rete la sappiamo usare, perché generalmente il 730 ce lo facciamo da soli. Insomma, noi ce l’abbiamo fatta perché abbiamo delle competenze che, senza alcuna presunzione, sono sopra la media. Non possiamo non domandarci come abbiano fatto gli altri, quante difficoltà abbia incontrato il cittadino medio; non possiamo non domandarci quanta gente si sia scoraggiata e abbia poi cambiato rotta, quante persone siano rimaste escluse ingiustamente da un servizio (La Repubblica: “Un’odissea le iscrizioni online”).
Noi alla fine di tutto un posto per nostro figlio l’abbiamo conquistato. Siamo stati ‘fortunati’. E non nascondo che il pensiero di rinunciare all’asilo pubblico in favore di quello privato ci è balenato.
Perché il nido privato è sempre aperto; perché in un nido privato il servizio è perennemente garantito e, se hai un imprevisto al lavoro, il nido privato è aperto fino alle sette di sera; perché al nido privato i turni di pulizia non saltano mai e i giochi non sono rotti o rovinati; perché il sito web di un nido privato è sempre aggiornatissimo; perché il nido privato predispone lo schema per l’inserimento di tuo figlio in tempo utile affinché tu possa organizzarti col lavoro e gli impegni familiari; perché un nido privato funziona indipendentemente da un “Ufficio nidi” del comune che si mostra vago e parziale rispetto ad ogni informazione che fornisce.
Poi però abbiamo ‘spento’ questa fantasia e abbiamo pagato anticipatamente la retta di settembre, quale forma di accettazione del nostro sudato posto. Un posto nella scuola pubblica che ci ostiniamo a difendere, per quanto la scuola pubblica sia, a tutti i livelli, a Roma e in Italia, letteralmente in ginocchio.
Roma non ha un numero di posti pubblici nei nidi sufficiente a soddisfare la domanda, nonostante si faccia di tutto per disincentivarla, questa domanda, tramite una politica di costante mortificazione e graduale demolizione di ogni servizio pubblico.
Roma non è una città a misura di bambino, Roma non è una città che offre spazi e servizi decorosi alle famiglie con figli piccoli. E non stupiamoci se in Italia le famiglie numerose sono ormai un ricordo lontano. Qui da noi una famiglia numerosa è una realtà insostenibile, un lusso che nessuno o quasi si può più permettere.
D’altra parte, se ci facciamo una passeggiata neanche troppo lontano da noi, in un qualunque posto della Germania, della Norvegia, dell’Olanda, vediamo tanti bimbi, tanti passeggini bi-triposto, un’infinità di biciclette familiari, aree verdi attrezzate e pulite, giochi sparsi in centro ed in periferia per ogni fascia d’età e, soprattutto, molti volti sorridenti. Qualcosa non va. E, come italiana, passeggiare fuori dall’Italia, da un po’ di tempo a questa parte, mi fa davvero indignare.
Oggi in prima pagina sul sito del comune si legge un comunicato del palazzo senatorio.
La grande notizia è che sono stati individuati 743 occupanti abusivi. A corredo della notizia, viene aggiunto che:
Grazie a queste operazioni di recupero è stato possibile, parallelamente, intensificare il ritmo di assegnazione di alloggi popolari a chi davvero ne ha diritto.
Fonte: Roma Capitale.
In realtà, per poter assegnare una casa è necessario, dopo aver identificato gli occupanti abusivi, cacciarli e consegnare le chiavi agli aventi diritto. Ed è proprio qui che il processo è fermo.
Parlare di intensificazione del ritmo di assegnazione è un goffo tentativo di far credere ai cittadini una cosa non vera.
Caro Sindaco, forse per lei che non sa mai niente, è una notizia nuova quella che gli alloggi di Roma Capitale sono occupati abusivamente ma noi lo sapevamo già (e magari fossero solo 743 gli abusivi, in realtà sono più di tremila!). Ai cittadini interessa sapere quando saranno liberati e, soprattutto, quando saranno consegnate le chiavi a chi aspetta da anni. Ma questa risposta, ovviamente, l’attuale amministrazione capitolina non la sa dare.
C’è chi è in attesa dal 2000, 15 anni sono un tempo infinito e non c’è proprio niente di cui andare fieri nel comunicare che ancora oggi, dopo oltre due anni di “nuovo governo”, la gestione dell’emergenza abitativa a Roma è così lontana dall’uguaglianza e dalla legalità.
Forse sarà pure una brava persona, caro Sindaco Marino, e forse pure un bravo medico, ma di certo è un pessimo amministrare pubblico.
È quello di Roma Capitale e lo definisce così l’attuale assessore alla legalità, Alfonso Sabella in un’intervista di ieri:
Il monitoraggio sulle case assegnate dal Comune è partito già da un pezzo e stiamo lavorando per individuare con il supporto della polizia locale chi ci sta dentro, se ha titolo per rimanerci e se ci sono state delle cessioni di fatto, non autorizzate
Fonte: Casamonica e gli immobili agevolati Comune: «Task force contro abusivi»
Di quando sia partito il monitoraggio, caro Assessore, non frega niente a nessuno: a noi importa sapere se questo fantomatico monitoraggio sul patrimonio di Roma Capitale riuscirete mai a concluderlo.
In tutte le sedute della Commissione per la razionalizzazione della spesa che abbiamo dedicato alla gestione del patrimonio abbiamo constatato che, a parte le dichiarazioni alla stampa ed alcuni interventi sporadici, il Sindaco ed i suoi innumerevoli Assessori non hanno ottenuto alcun risultato sistematico concreto.
Tutte le nostre segnalazioni sono rimaste inascoltate. Alcuni esempi sono i seguenti.
Il 7 maggio 2014 abbiamo convocato il Dipartimento politiche abitative per analizzare i “Costi sostenuti da Roma Capitale per i residence e le occupazioni abusive di immobili di proprietà del comune”.
Leggiamo a pagina 2 del verbale della seduta che il Dipartimento non ha avuto il tempo di prepararsi adeguatamente per fornire alla commissione dei dati esaustivi. Sappiamo, però, che l’affitto di questi residence costa a Roma Capitale 32 milioni di euro l’anno.
Il 12 dicembre 2014 abbiamo convocato il Dipartimento Risorse Economiche per analizzare le “Modalità operative e organizzative di gestione delle entrate di Roma Capitale”.
Leggiamo a pagina 3 del verbale della seduta che l’evasione di ICI/IMU/TASI si attesta al 12% e che, allo stato attuale, il gettito dell’IMU è di 1,3 miliardi l’anno mentre quello della TASI di 500 milioni l’anno: significa che gli errori nel database catastale producono un danno stimato di 216 milioni di euro l’anno.
Il 17 febbraio 2015 abbiamo convocato una commissione per analizzare “I costi della malagestione degli immobili di proprietà di Roma Capitale”.
Leggiamo a pagina 1 del verbale della seduta che non si è presentato nessuno degli altri consiglieri capitolini. Ciononostante, i risultati delle nostre indagini sono stati presentati con un comunicato stampa: Paradossi capitali: avere un patrimonio immobiliare da 150 milioni l’anno e non utilizzarlo. Il danno economico a causa del mancato adeguamento dei canoni è stimato in 100 milioni di euro l’anno per il patrimonio residenziale e in 38 milioni di euro l’anno per il patrimonio non residenziale.
Il 18 marzo 2015 abbiamo convocato il Dipartimento Promozione del turismo ed il Comandante della Polizia Locale per analizzare i costi della malagestione della tassa di soggiorno.
Leggiamo a pagina 2 del verbale della seduta che il controllo sulle strutture ricettive di tutta Roma è effettuato da un gruppo di 4 persone. In questo caso, la stima del danno economico a carico di Roma Capitale è di 35 milioni di euro l’anno.


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