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Corsie preferenziali usate come aree di scarico merci

Tutti i giorni, a tutte le ore del giorno, la corsia preferenziale di via del Tritone è occupata da mezzi in sosta. Si tratta di furgoni che riforniscono i bar ed i ritoranti, si tratta di di camion che caricano e scaricano scatoloni e calcinacci, si tratta di automobili in sosta per una pausa caffè.

Siamo giunti a questa situazione perchè il (non) rispetto delle regole è contagioso: il negoziante che vede il proprio vicino fare i suoi comodi, impunemente, finisce inevitabilmente per pensare “se lo fa lui, allora perchè non posso farlo anche io”?

L’automobilista che passa di lì, finisce inevitabilmente per pensare “se questa strada non è controllata da nessuno, allora perchè non posso fermarmi anche io”?

E’ la teoria delle finestre rotte: se non c’è presidio del territorio, l’illegalità si estende senza controllo.

Il (non) rispetto delle regole è contagioso e non riguarda solo quella corsia preferenziale: è un problema generale che riguarda tutte le corsie preferenziali che passano di fronte ad esercizi commerciali.

Il (non) rispetto delle regole è contagioso e non riguarda solo le corsie preferenziali ma anche anche le piste ciclabili. Il non rispetto delle regole, se non si contrasta, diventa uno stato mentale interiorizzato da tutti.

Una precisazione: non bisogna far cadere tutte le colpe sugli esercenti (ma sugli automobilisti si!), perchè una corsia preferenziale in quella via potrebbe non costituire l’unica soluzione per migliorare la mobilità della zona e, considerando la presenza di attività commerciali, potrebbe non costituire la soluzione migliore. In alcuni casi le regole non rispettate sono regole insensate. Sta di fatto, però, che finchè quella corsia preferenziale esiste, non può essere accettato che venga costantemente ostruita da mezzi in sosta.

E’ per questi motivi che le regole devono essere sensate, ed è per questi motivi che il non rispetto delle regole va combattuto con tutti i mezzi a disposizione delle istituzioni.

Sono certo che con il Movimento 5 Stelle al governo della città questo sarebbe avvenuto, purtroppo comincio a sospettare che con Marino al governo della città non sarà lo stesso. Ovviamente, spero tanto di essere smentito dai fatti.

Questo parchetto non è una discarica #2

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Quando ero piccolo, andavo a giocare a nascondino in cortile oppure andavo in bicicletta a via Tazio Nuvolari. Non esisteva il centro commerciale “I Granai” e, al posto del palazzo gigantesco oggi sede di una banca, c’era il terreno di un contadino. A dirla tutta, quando ci siamo trasferiti non c’era nemmeno la strada asfaltata!

Oggi si costruiscono palazzine lussuose (senza cortili) ed i campi dei contadini all’interno del GRA si contano sulle dita di una mano. Oggi i bambini vanno a giocare nei parchi giochi. O, almeno, vorrebbero…

Purtroppo, infatti, queste aree sono diventate oggetto dell’attenzione di bambini cresciuti male, che si divertono a bruciare gli scivoli, bere birra e lasciare a terra le loro bottiglie (a volte rotte), disegnare graffiti che hanno ben poco di artistico e, più in generale, distruggere tutto ciò che possono. Con la serenità d’animo e la leggerezza di chi sa che resterà impunito.

Seguendo la scia dell’iniziativa lanciata da Virginia Raggi, e riprendendo il motto “Questo parco non è una discarica“, ieri abbiamo girato qualche immagine nel parchetto di via Proba Petronia, fino a poco tempo fa un’area ben tenuta che nel giro di pochi mesi si è trasformata in una discarica, terra di vetro, plastica e vegetazione cresciuta senza nessuna cura.

La stessa situazione si registra in tutti i parchi giochi della città.

In alcuni casi, la mancanza di controllo consente di andare persino oltre al “semplice” degrado, ed accadono episodi tragicamente tristi, come ad esempio quello avvenuto nel parco della Garbatella, dove la notte del 24 agosto qualcuno ha tagliato 60 alberi che erano stati piantati 5 anni fa.

parcogarbatella24agosto

I problemi aperti sono dunque: la manutenzione del decoro e la prevenzione degli atti di vandalismo.

Per la prima, bisognerebbe cominciare con l’affidarne la competenza ad un unico soggetto (AMA, Municipio, Comune, Servizio Giardini), perchè non è possibile che non ci sia un responsabile. Cominciamo col trovarne uno e col responsabilizzarne la Dirigenza, tramite incentivi e sanzioni mirati.

Per la seconda, si potrebbe iniziare con l’installare una telecamera nascosta, in modo da poter controllare l’area 24 ore su 24 ed individuare rapidamente i colpevoli dei reati.

Nel frattempo, mentre le istituzioni restano a guardare, i cittadini attivi danno il buon esempio e si auto organizzano.

Ma è vero che da voi si paga per dimagrire?

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Avrei voluto essere ovunque, tranne che lì, e mentre rispondevo mio malgrado di si, mi rendevo conto di quanto fosse assurdo non solo agli occhi di quegli amici africani, ma anche ai miei.

Questo è un pezzetto della prefazione di Marco Aime a “Il tempo della decrescita”, scritto da Serge Latouche e Didier Harpages. Fa riflettere…

Il tema della decrescita si è sviluppato a partire dalla seconda metà del Novecento e racchiude un complesso di idee sostenuto da movimenti culturali anticonsumisti ed ecologisti, in contrasto con il “senso comune” della società moderna, che identifica erroneamente la crescita del PIL con il miglioramento della qualità della vita.

L’errore sta nell’associare inconsapevolmente decrescita e recessione, che invece, sono due concetti assolutamente diversi: la recessione corrisponde a mangiare meno perché si ha meno cibo, mentre la decrescita corrisponde a mangiare meno perché ci si mette a dieta.

Infatti, chi non la conosce associa alla decrescita tutta una serie di luoghi comuni piuttosto ridicoli, come l’avversione al progresso tecnologico o la compiacenza nell’abbassamento dei salari. In realtà, con la decrescita si sostiene una cosa ovvia (oserei dire banale), ovvero la necessità di badare meno ai numeri e più alla qualità di vita.

I movimenti per la decrescita guardano alla sfera ecologica, sociale, politica e culturale e promuovono una molteplicità di “buone pratiche”. Si va dall’economia solidale all’agricoltura biologica, dal risparmio energetico al consumo critico, dai gruppi di acquisto solidale alla difesa del suolo e dei beni comuni, dalla coabitazione solidale (cohousing) alle auto di gruppo (car pooling).

I Fori “pedonali”? Una corsia per le auto blu!

Sono furioso! Furioso e nauseato per il modo di fare di questa classe politica che continua a prendere in giro i cittadini!

Il neo Sindaco Marino, quello che si faceva fotografare in bicicletta, quello “nuovo” che a differenza di tutti gli altri avrebbe mantenuto le promesse fatte in campagna elettorale, ci ha presi in giro esattamente come tutti gli altri.

Dovevano essere i Fori dei pedoni e delle biciclette, ecco come ce li hanno presentati per settimane:

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E invece, a poche ore dall’inaugurazione ufficiale dei “Fori pedonali”, si vedono sfrecciare mezzi al lavoro per il cantiere della Metro C, autobus, taxi e auto blu senza soluzione di continuità.

Per i pedoni c’è una stretta striscia tra i pannelli del cantiere della Metro C ed il viale, che è lasciato interamente ai mezzi a motore. Le biciclette, invece, se le devono essere completamente dimenticate perchè per loro non c’è nemmeno uno spazietto.

Non a caso, i semafori di fronte all’uscita della metro Colosseo sono rimasti in funzione: un semaforo in una zona pedonale è una vera chicca!

Grazie Marino, grazie PD: proprio un bel regalo per la nostra città. Ma non doveva essere il parco archeologico che il mondo ci avrebbe invidiato e che avrebbe portato a Roma milioni di turisti? E io che ci avevo pure creduto!

Monte Mario bike night

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Dopo lo splendido Monte Mario bike day di domenica scorsa, in seguito alle numerose richieste di un nuovo evento, promuoviamo la prima Monte Mario bike night.

Andando in giro per le strade del quartiere in bicicletta, scopriremo una Monte Mario “nuova”, molto diversa da quella che siamo abituati a (non) vedere stando seduti in automobile o in scooter. Anche perchè è proprio lì dove finisce l’asfalto che comincia il mondo più autentico.

Il programma prevede le seguenti tappe:

  • ritrovo e partenza dal piazzale della stazione di Monte Mario alle ore 18:00
  • prima tappa: visita al complesso del Santa Maria della Pietà, con sosta presso la Ciclo officina popolare dell’Ex Lavanderia
  • seconda tappa: verifica dello stato di avanzamento della pista ciclabile in costruzione (progettata nel 2006 ma ancora non ultimata)
  • terza tappa: visita al Parco Regionale del Pineto, nell’area del casale Torlonia, dove sono stati recentemente installati i pali dell’illuminazione pubblica
  • arrivo: conclusione del giro in via dell’Acquedotto del Peschiera alle ore 21:00.

Ci vediamo sabato, vi aspettiamo (>>qui<< l’evento su Facebook).
 
ps. Al termine della pedalata di quartiere, chi vuole potrà proseguire verso la “Notte dei Fori”.

AAA Vendesi Parco Regionale Urbano del Pineto

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La fatica è stata grande ma l’interesse lo è infinitamente di più quindi, nonostante non abbia una formazione giuridica, ho letto tutte le oltre 19 mila parole della sentenza del TAR Lazio depositata lo scorso 6 novembre, relativa alla causa in corso tra il Comune di Roma, la Società Edilizia Pineto (SEP) e la famiglia Quintavalle (della quale, però, non trattiamo in questo post).

Cosa è successo? Nel 1967 la SEP, proprietaria del terreno, ha presentato un progetto di lottizzazione per costruire dei palazzi al posto del parco pubblico. Nel 1976 il terreno è stato oggetto di una variante urbanistica, passando da zona residenziale di espansione (E1) a verde pubblico (zona “N”) e, nel nuovo Piano Regolatore, è stato configurato come “Parco Istituito”.

La SEP sostiene che ormai il Comune sia diventato, di fatto, proprietario del terreno e che, conseguentemente, debba pagare un risarcimento per l’occupazione abusiva dell’area e per il suo esproprio.

Il Comune sostiene che la domanda di trasferimento di proprietà, e il correlato risarcimento, è inammissibile (in pratica, sembra che il comune di Roma non voglia la proprietà del parco).

Il Tribunale sentenzia che:

  1. la proprietà del suolo è attualmente in capo alla SEP;
  2. la rinuncia al diritto di proprietà da parte della SEP non ne implica l’acquisizione da parte del Comune, per la quale si necessita di un contratto bilaterale oppure di un esproprio;
  3. l’illecita occupazione del suolo da parte di Roma Capitale si è parzialmente prescritta e il risarcimento è dovuto solo per il periodo che parte dai 5 anni precedenti alla notifica della relativa domanda, avvenuta il 25 settembre 2009;
  4. il risarcimento deve essere compensato dei quasi 18 miliardi di lire (9 milioni e 170 mila euro) già versati da parte del comune di Roma a SEP, il 9 marzo 1993, a titolo di indennità definitiva di esproprio (poichè, come detto sopra, l’esproprio non è avvenuto).

Il Comune di Roma avrebbe dovuto proporre alla SEP, entro 90 giorni dalla sentenza, il pagamento di una somma di denaro determinata in considerazione dei danni conseguenti l’occupazione abusiva del suolo, assumendo quale capitale di riferimento il valore di mercato delle aree e degli immobili oggetto dei provvedimenti, e scontata dei 9 milioni di euro indebitamente versati nel 1993.

Poichè la sentenza è stata depositata il 6 novembre 2012, quindi i 90 giorni sono scaduti il 4 febbraio 2013, vorremmo avere accesso agli atti per conoscere la somma che il Comune di Roma (cioè noi cittadini) ha (abbiamo) proposto alla SEP. 

Infine, cosa ancor più importante, vorremmo sapere che cosa ha intenzione di fare Roma Capitale per quanto concerne la proprietà del suolo e, soprattutto, quando formalizzerà questa sua intenzione.

Dalla passata Giunta Alemanno abbiamo saputo solo che sono stati installati (abusivamente?) i pali dell’illuminazione pubblica, pretendiamo dalla nuova Giunta Marino una trasparenza decisamente maggiore.

Ps. Ringrazio Giovanni Mantovani, Presidente dell’Associazione Amici di Monte Mario, per avermi inviato il testo della sentenza.

Partecipiamo al progetto di Alfredo, per vincere la burocrazia e il “sistema”

01 cornelia

Ieri sono stato a trovare Alfredo Pianella, che da circa 10 anni vorrebbe aprire un agriturismo. Ecco come ci introduce la sua storia:

Ho tentato di recuperare e difendere dall’urbanizzazione la piccola azienda agricola di famiglia, convertendo un vecchio fienile in agriturismo. Sapendo come funziona il “sistema”, forse ingenuamente, pensavo di poter fare i lavori senza “pagare dazio” alla burocrazia locale.

02 vecchio fienile
Qui sopra vedete il fienile, i cui lavori di riconversione sono quasi ultimati. Non certo grazie all’aiuto da parte dello Stato che, di fatto, ha costituito un ostacolo piuttosto che un sostegno:

Purtroppo sono stato inviato nella “palude giudiziaria”, con varie denunce per abusivismo edilizio, con sequestro del fabbricato ristrutturato, da parte dei vigili urbani, dove sono le stanze per agriturismo. Dopo tre anni il Pubblico Ministero chiede l’archiviazione del procedimento, archiviazione ottenuta, qualche mese dopo, ma ormai il danno era stato fatto.

03 vecchia stalla

La vecchia stalla (nella foto sopra) è oggi utilizzata come magazzino per gli attrezzi ma potrebbe anch’essa essere riconvertita, magari aprendo un ristorante e creare qualche posto di lavoro. In Italia, però, è difficile realizzare onestamente dei progetti se non si vuole sottostare al “sistema”:

Sono stato denunciato anche per ricettazione (se non fosse vero, ci sarebbe da ridere), perché come molti casali “vecchi” siti intorno a Roma, vi sono ritrovamenti archeologici, marmi ecc., ritrovati magari durante le bonifiche dei primi anni del 1900, ed alcuni ritrovamenti sono stati fatti all’inizio degli anni ’70, (allora avevo 14 anni) e segnalati all’allora soprintendenza. Per i finanzieri del raggruppamento speciale (in 12) mi hanno perquisito l’abitazione, manco fossi un famoso ricercato, tutto ciò non era valido. In ogni modo, negli archivi polverosi della soprintendenza ho ritrovato la documentazione necessaria, e anche qui il Pubblico Ministero ha chiesto l’archiviazione.

Ormai per terminare i lavori ed aprire l’attività mancano gli ultimi lavori di rifinitura, l’illuminazione interna ed esterna, la pavimentazione del locale comune (nella foto sotto) ed un bagno per disabili esterno.

04 spazio comune

Siccome le banche in questo periodo non danno finanziamenti, ho deciso di provare ad “autofinanziarmi”, con il crowdfunding, ossia ricercare dei finanziatori in rete del progetto, dando in cambio qualcosa, ovvero prodotti dell’azienda agricola, ed ospitalità a Roma.

Per chi vuole aderire al progetto, queste sono le quote di sottoscrizione previste:

  • Somma di € 50 da diritto, a scelta, a verdura biologica di stagione (per chi vive a Roma) o ad una notte, in una stanza doppia con bagno dell’agriturismo con colazione*;
  • Somma di € 100 da diritto, a scelta, a verdura biologica di stagione (per chi vive a Roma), o a due notti in una stanza doppia con bagno dell’agriturismo con colazione*;
  • Somma di € 350 da diritto ad una settimana in una stanza doppia con bagno dell’agriturismo con colazione*;
  • Somma di € 500 da diritto ad una settimana in una stanza doppia con bagno dell’agriturismo, con colazione e cena*;

oppure messa a disposizione di spazi, per feste private od eventi (compleanni, mostre, ecc.).

* i soggiorni sono cedibili ad altri da parte dei sottoscrittori.

Chi è interessato e vuole contattare Alfredo, per chiedere ulteriori informazioni, oppure semplicemente le coordinate bancarie dove effettuare il versamento, può scrivergli alla mail a.pianella@awn.it.

Un GAS fa bene all’ambiente, alla salute e al salvadanaio

allacobragor

Le rare volte che metto piede in un supermercato resto sistematicamente sorpreso dal reparto delle insalate pronte. Non riesco a capacitarmi di come, di fronte a due prodotti apparentemente simili, tanti possano decidere di comprare quello che costa dalle 3 alle 10 volte di più, che è meno igienico e che inquina di più.

Per quanto riguarda il prezzo, un chilo di insalata biologica del contadino costa 2 euro mentre un chilo di insalata non biologica preconfezionata costa dai 5 ai 20 euro. Lo stesso vale per tutti gli altri tipi di verdura. Poichè una famiglia italiana consuma mediamente 20 chili di verdura fresca, in pratica a fine mese può arrivare a spendere fino a 400 euro, contro gli 80 di quella che compra direttamente dal produttore tramite un gruppo di acquisto solidale (GAS). Probabilmente molte di queste famiglie non ci fanno neanche caso ma, ogni mese, pagano 320 euro in più solo per la comodità di non dover lavare e tagliare la verdura. In un periodo nel quale non si fa altro che parlare di crisi economica e di mancanza di lavoro, il clamoroso successo del mercato delle verdure pronte è certamente un emblema delle contraddizioni che viviamo quotidianamente.

Inoltre, per quanto riguarda la salute, è risaputo che nelle buste di insalata preconfezionata ci sguazzano muffe e batteri di ogni tipo. Se ciò non bastasse, è bene ricordare che le verdure iniziano a perdere sostanze nutritive, in particolare le vitamine, subito dopo essere state raccolte dai campi, e questo processo naturale viene accelerato dal taglio delle foglie: quello che costituisce il punto forte delle insalate preconfezionate, la comodità dell’avere il piatto pronto, è proprio ciò che ne distrugge il valore nutritivo! In pratica, quello che finisce nel piatto non ha quasi più niente dell’idea di salutare che viene istintivamente associata al cespo di lattuga.

Infine, e non certo per importanza, le insalate preconfezionate vengono vendute in confezioni di plastica altamente inquinanti. Se consideriamo le distanze di trasporto spesso considerevoli ed aggiungiamo che, in alcuni casi, oltre al sacchetto c’è anche una vaschetta di plastica, un consumo responsabile dovrebbe disincentivare come la peste questo tipo di mercato.

Come sempre, tutto sta a cambiare abitudini. Per quanto mi riguarda, l’ho fatto due anni fa e posso testimoniare che non c’è niente di più facile. Volete mettere il piacere di andare alla Cobragor in bicicletta, trovare Salvatore alle prese con la bilancia e le cassette di frutta e verdura, e riempire le buste di stoffa con i peperoni e le zucchine di stagione? Cercate un gruppo di acquisto nella vostra zona e vedrete che non vi passerà più per la testa l’idea di mettervi in macchina, di penare per trovare un posto nel parcheggio seminterrato del supermercato, di mettervi in fila alla cassa.

Lo sport è salute

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“Mentre l’attività fisica contribuisce a migliorare la qualità della vita, la sedentarietà contribuisce allo sviluppo di malattie croniche. Secondo i dati Istat relativi al 2008, in Italia nella popolazione dai 3 anni in su il 40,2% degli intervistati dichiara di non praticare né attività sportiva né attività fisica nel tempo libero“.

L’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (ISPESL) spiega con parole semplici perchè la sedentarietà è causa di una peggiore salute pubblica. Svolgere una regolare attività fisica, a tutte le età, è importante per il benessere fisico e mentale in quanto aiuta a:

  • sviluppare ossa, muscoli e articolazioni aumentando la potenza muscolare;
  • sviluppare l’apparato respiratorio e cardiovascolare aumentando la resistenza;
  • sviluppare il coordinamento e il controllo dei movimenti;
  • mantenere un corretto peso corporeo;
  • migliorare il controllo su ansia e depressione.

La domanda che sorge spontanea è, dunque, perchè il comune di Roma abbia pensato di affiancare lo sport alla cultura, prevedendo l’accozzaglia di competenze della Commissione VI CULTURA, SPORT, POLITICHE GIOVANILI (Cultura – Indirizzi gestionali a Palazzo delle Esposizioni, Musica per Roma S.p.A. e Zetema – Biblioteche – Toponomastica – Politiche dello Sport – Impiantistica sportiva – Politiche giovanili – Formazione Professionale – Tempi e Orari della Città – Diritti dei Cittadini – Comunicazione – Statistica e Censimento) e non alla salute, che si era previsto di separare nella Commissione Speciale Politiche Sanitarie?

Curiosamente, cercando su Google “sport e salute” si ottengono 488 mila risultati, mentre la chiave di ricerca “sport e cultura” ne riporta un terzo, 167 mila. Non sarà, forse, che i nostri dipendenti al comune abbiano bisogno di un ripassino per schiarirsi le idee su cosa si debba intendere con le Politiche della salute, con la Cultura e con le Politiche dello Sport?

Proseguendo la lettura dell’osservatorio apprendiamo che la sedentarietà è dovuta “all’aumento del lavoro di tipo sedentario (computer, meccanizzazione crescente), l’aumento dell’urbanizzazione e dei mezzi di trasporto (in Europa nel 50% degli spostamenti, l’automobile viene usata per distanze inferiori ai cinque chilometri, distanze che potrebbero essere coperte di buon passo in 30-50 minuti o in bicicletta in 15-20 minuti), l’uso dell’ascensore al posto delle scale, l’aumento delle ore passate davanti allo schermo del televisore o del computer, la diminuzione della pratica di sport o del gioco all’aperto, la carenza di spazi dove praticare attività fisica all’aperto o di piste per muoversi in bicicletta“.

A ben vedere, lo sport in città ha più ha elementi in comune con la mobilità sostenibile (ovvero con la prevista Commissione III – MOBILITA’) che non con la cultura.

Infine, considerando la disponibilità di parchi e la conseguente possibilità di realizzarvi delle palestre all’aperto, si può considerare lo sport in città persino più vicino al verde pubblico (ovvero con la prevista Commissione IV – AMBIENTE) che non alla cultura.

Conoscere le interconnessioni tra le diverse materie di competenza comunale è una premessa indispensabile per una loro corretta gestione. Visto che siamo appena all’inizio della consiliatura e che c’è tempo per impostare al meglio il metodo di lavoro per i prossimi 5 anni, speriamo che in Campidoglio si possa aprire una riflessione seria su questi argomenti. Per il momento, il meglio che sono riusciti a fare è stato creare una nuova accozzaglia, mettendo insieme PERSONALE STATUTO E SPORT nella nuova Commissione X, mentre la vecchia Commissione VI ha cambiato nome in CULTURA, POLITICHE GIOVANILI E LAVORO ma, almeno sul sito istituzionale del comune, non ha ancora cambiato le proprie competenze… vedere lo screenshot per credere! 😉

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Storie di debiti ristrutturati: Germania e Grecia a ruoli invertiti (nel 1953)

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Forse non tutti sanno che la Germania, oggi vista come un modello inarrivabile di virtù e rigore, ha pagato nel 2010 l’ultima rata relativa alla ristrutturazione del suo debito pubblico avvenuta sessanta anni fa.

Ebbene si, molto prima della Grecia, dell’Argentina e di tanti stati africani, quasi tutti gli Stati del mondo hanno ristrutturato il proprio debito, almeno una volta nella loro storia. 

La Repubblica Federale Tedesca all’inizio degli anni Cinquanta era schiacciata dal peso del debito pubblico e minacciava di trascinare nella crisi anche gli altri paesi europei. Preoccupati per un possibile contagio, i suoi creditori (tra cui la Grecia) decisero di rimodulare le proprie pretese: è così che la Germania ha ristrutturato il proprio debito, tramite il trattato firmato a Londra il 27 febbraio del 1953.

L’accordo sul debito estero tedesco fu un vero e proprio trattato di parziale cancellazione del debito, stipulato tra la Germania e i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. In totale furono 60 i paesi creditori, tra loro anche Grecia e Italia. Il trattato impegnava la Germania ad un rimborso integrale dei debiti esteri contratti tra il 1919 ed il 1945 e ad un rimborso parziale dei debiti di guerra alle tre potenze occupanti. Con l’accordo, alla fine, l’importo da rimborsare fu ridotto di quasi il 50% (dei 13,5 miliardi di marchi di debito ne furono cancellati 6,2) e spalmato in decine di anni.

Molti economisti sostengono che la ristrutturazione del debito fu uno dei cardini della crescita economica tedesca del dopoguerra, poichè le spese per ripagarlo non impattarono più in maniera soffocante sullo sviluppo del paese.

Chiaramente questo non vuol dire che la ristrutturazione del debito sia un toccasana miracoloso, valido in qualsiasi momento storico e per qualsiasi paese, grazie al quale l’Italia riuscirebbe di colpo a risolvere tutti i suoi problemi economici e sociali. Poter spendere di più non significa automaticamente maggiore benessere per i cittadini: i benefici di una maggiore spesa pubblica si realizzano nella misura in cui quella spesa venga destinata ad investimenti in servizi pubblici, in ricerca, in infrastrutture. La sola ristrutturazione del debito non serve assolutamente a niente.

Se prima non si studia attentamente un efficace meccanismo per vincolare una eventuale ristrutturazione del debito pubblico a una seria revisione della spesa (e completamente diversa da quella montiana), così come avvenne nel caso tedesco dello scorso secolo, tanto vale tenerci il debito.